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Il crollo del reale.

Secondo i dati rilasciati dall’Istat, l’Italia si conferma fanalino di coda delle grandi economie del pianeta. Analizzando i documenti diffusi dall’istituto nazionale di statistica si evince che il prodotto interno lordo ha subito una variazione negativa dello 0,8% nel periodo aprile-giugno 2012 rispetto al trimestre precedente e del 2,6% nei confronti del secondo trimestre 2011. Entrambi i dati si sono rivelati peggiori dello 0,1% rispetto alle stime preliminari diffuse lo scorso agosto. I numeri rivelano impietosamente la realtà: sono crollati i consumi delle famiglia italiane (nel periodo in analisi si è registrata una flessione del 3,5% tendenziale e dell’1% congiunturale). Inoltre urge ricordare che complessivamente l’aria euro ha registrato un calo del PIL dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,5% tendenziale, risultati nettamente migliori rispetto a quelli fatti registrare dal belpaese. Dunque, se dal punto di vista dello spread, grazie all’operato di Mario Draghi, la situazione sembra essere migliorata nel confronto con le altre economie europee, continuano a latitare invece le tanto auspicate riforme interne atte a risollevare l’economia reale. Probabilmente, prima di menzionare un ipotetico Monti-Bis, sarebbe opportuno concentrarsi sul contesto reale dell’economia e sul significato, ora vuoto, del termine riforma.

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Italiani e lavoro in nero.

A lungo ho tentato di raccapezzarmi circa le motivazioni che “consentono” all’italiano medio di tollerare passivamente qualsiasi imposizione fiscale e legislativa. Nell’ansiogeno tentativo di risolvere la vexata quaestio ho preso spunto dalle parole del presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara circa la composizione del Prodotto interno lordo tricolore.

“In Italia esistono tre tipologie di PIL: uno ufficiale; uno sommerso, pari a 540 miliardi di euro nel 2011 e al 35% del Pil ufficiale; e un Pil criminale che ha superato i 200 miliardi di euro l’anno”.

Nello stivale d’Europa (molto più che in altri paesi) esiste dunque una parte di ricchezza “occulta”, prodotta da transazioni di tipo informale e dall’ inosservanza dei vincoli imposti dalla legge al fine di evitarne gli oneri. Si tratta in buona sostanza di pura evasione, il cui costo, notoriamente ricade sulla collettività. Eppure Milton Friedman, in visita in Italia nel 2001, asserì che

“se il nostro paese si regge ancora è grazie al mercato nero ed all’evasione fiscale che sono in grado di sottrarre ricchezze alla macchina parassitaria ed improduttiva dello Stato per indirizzarle invece verso attività produttive”.

In poche parole, a detta del premio Nobel, l’italiano medio trova la sua valvola di sfogo nel nero più che nella protesta e nel rispetto delle normative. Evadere viene considerato moralmente giusto, data l’asserita improduttività dello Stato. Pertanto, a mio parere, postulata l’ineluttabile correttezza insita nel pagare i costi dello stato a condizione che questo non li gonfi eccessivamente, una buona lotta all’evasione non può prescindere dal riordino e dalla riorganizzazione di quella che Friedman definì “macchina parassitaria ed improduttiva”. Nel medio – lungo termine ne trarremo tutti beneficio.

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Pil e crescita.

Nella lettura del libro “Il Divario Nord – Sud in Italia: 1861 – 2011” di Vittorio Daniele e Paolo Malanima, mi sono imbattuto in questo interessante grafico, che meglio di tante parole, sintetizza l’annoso problema che ha attanagliato (e continua ad attanagliare) il nostro paese negli ultimi 15 anni. L’atavica mancanza di crescita.

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Italia e Giappone, chi rischia il default e chi no.

Per quale motivo un paese come il Giappone che ha un rapporto debito/Pil maggiore del 200% (oltretutto in forte crescita) non è ritenuto a rischio fallimento, mentre il Belpaese il cui rapporto debito/Pil è di molto inferiore a quello nipponico, potendo vantare anche un avanzo primario di bilancio, secondo i mercati ha una probabilità stimata attorno al 35% di dichiarare Default nei prossimi 5 anni?

Una risposta potrebbe trovarsi nelle parole del neo-premio Nobel Cristopher Sims, (riprese dal sito http://www.adviseonly.com) secondo il quale l’abilità di un Paese di stampare moneta è la garanzia che il suo debito verrà sempre ripagato: le banche centrali nascono con il ruolo cruciale di “prestatrici di denaro d’ultima istanza” e garanti della stabilità. I Paesi dell’area Euro hanno perso questo privilegio e la BCE non ha, al momento, questo ruolo.

Come già anticipato in un precedente post, occorre forse, una riforma statutaria che renda la BCE più simile alla banca centrale americana.

Serve una stamperia.

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