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Italiani e lavoro in nero.

A lungo ho tentato di raccapezzarmi circa le motivazioni che “consentono” all’italiano medio di tollerare passivamente qualsiasi imposizione fiscale e legislativa. Nell’ansiogeno tentativo di risolvere la vexata quaestio ho preso spunto dalle parole del presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara circa la composizione del Prodotto interno lordo tricolore.

“In Italia esistono tre tipologie di PIL: uno ufficiale; uno sommerso, pari a 540 miliardi di euro nel 2011 e al 35% del Pil ufficiale; e un Pil criminale che ha superato i 200 miliardi di euro l’anno”.

Nello stivale d’Europa (molto più che in altri paesi) esiste dunque una parte di ricchezza “occulta”, prodotta da transazioni di tipo informale e dall’ inosservanza dei vincoli imposti dalla legge al fine di evitarne gli oneri. Si tratta in buona sostanza di pura evasione, il cui costo, notoriamente ricade sulla collettività. Eppure Milton Friedman, in visita in Italia nel 2001, asserì che

“se il nostro paese si regge ancora è grazie al mercato nero ed all’evasione fiscale che sono in grado di sottrarre ricchezze alla macchina parassitaria ed improduttiva dello Stato per indirizzarle invece verso attività produttive”.

In poche parole, a detta del premio Nobel, l’italiano medio trova la sua valvola di sfogo nel nero più che nella protesta e nel rispetto delle normative. Evadere viene considerato moralmente giusto, data l’asserita improduttività dello Stato. Pertanto, a mio parere, postulata l’ineluttabile correttezza insita nel pagare i costi dello stato a condizione che questo non li gonfi eccessivamente, una buona lotta all’evasione non può prescindere dal riordino e dalla riorganizzazione di quella che Friedman definì “macchina parassitaria ed improduttiva”. Nel medio – lungo termine ne trarremo tutti beneficio.

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