Archivi del mese: maggio 2012

Italia e Giappone, chi rischia il default e chi no.

Per quale motivo un paese come il Giappone che ha un rapporto debito/Pil maggiore del 200% (oltretutto in forte crescita) non è ritenuto a rischio fallimento, mentre il Belpaese il cui rapporto debito/Pil è di molto inferiore a quello nipponico, potendo vantare anche un avanzo primario di bilancio, secondo i mercati ha una probabilità stimata attorno al 35% di dichiarare Default nei prossimi 5 anni?

Una risposta potrebbe trovarsi nelle parole del neo-premio Nobel Cristopher Sims, (riprese dal sito http://www.adviseonly.com) secondo il quale l’abilità di un Paese di stampare moneta è la garanzia che il suo debito verrà sempre ripagato: le banche centrali nascono con il ruolo cruciale di “prestatrici di denaro d’ultima istanza” e garanti della stabilità. I Paesi dell’area Euro hanno perso questo privilegio e la BCE non ha, al momento, questo ruolo.

Come già anticipato in un precedente post, occorre forse, una riforma statutaria che renda la BCE più simile alla banca centrale americana.

Serve una stamperia.

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Italia, provincia d’ Europa.

C’e’ bisogno di un impegno finanziario straordinario e potrebbe essere in parte coperto superando limiti e vincoli del patto di stabilità… L’ Europa potrebbe capire che si tratta di una situazione eccezionale”.

Leggendo questa breve dichiarazione del ministro dell’Ambiente Corrado Clini sorge spontaneo domandarsi da quando uno Stato Sovrano ha bisogno di chiedere il permesso per assistere i propri cittadini. Il dubbio stringente è che l’ Europa sia andata oltre quel “continuo operare del principio della sussidiarietà” prospettato da Monti il 15 febbraio 2012 dinanzi al Parlamento Europeo, erodendo poco a poco l’ irrinunciabile sovranità dei paesi membri.

Integrazione europea, non dipendenza.

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Calamità naturali: nuove norme. Lo Stato che non c’è!

Il decreto legge 59 del 5 maggio 2012 recante “Disposizioni urgenti per il riordino della protezione civile” ha inequivocabilmente sancito che lo Stato non è più in grado di fare investimenti sulle calamità, ed a rimetterci, manco a dirlo, saranno i contribuenti. In particolare ha fatto scalpore il dictum (già ribattezzato tassa sulla disgrazia) secondo il quale:

A seguito della dichiarazione dello stato di emergenza, la Regione può elevare la misura dell’imposta regionale di cui all’articolo 17, comma 1, del decreto legislativo 21 dicembre 1990, n. 398, fino a un massimo di cinque centesimi per litro, ulteriori rispetto alla misura massima consentita“.

Inoltre lo  Stato, si chiama fuori riguardo i fondi necessari per le ricostruzioni degli edifici privati danneggiati. L’art. 2 del decreto, infatti, si occupa delle Coperture assicurative su base volontaria contro i rischi di danni derivanti da calamità naturali. In estrema sintesi, in caso di terremoto, solo coloro che avranno esteso la copertura assicurativa del proprio immobile privato ai rischi derivanti da calamità natura avranno diritto ad un risarcimento. Possiamo solo immaginare quanto possa costare ad un cittadino medio residente in una zona ad alto rischio sismico una polizza del genere. Lo Stato prende, lo Stato NON da.

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Banche non banche

E’ risaputo che al fine di stimolare la crescita sono necessari finanziamenti. Usualmente, data la loro  funzione creditizia, il credito viene concesso dalle banche:

le banche agiscono da intermediarie tra coloro che offrono capitali e coloro che li richiedono. Questa loro attività di intermediazione ha anche un importante contenuto economico-sociale in quanto le banche stimolano la formazione del risparmio e lo indirizzano verso le attività produttive favorendo lo sviluppo dell’intero sistema economico

Visto l’attuale credit crunch  è lecito chiedersi quando le banche hanno smesso di fare le banche!

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Il bivio Europeo.

Con il giungere dell’alta temperatura, anche il mercato azionario inizia a riscaldarsi. Dato il rosso preminente, se non fosse un’ entità astratta, diremmo quasi che il FTSE MIB ha preso troppo sole, privo di adeguata protezione. A qualche mese dall’operazione LTRO, i listini bancari tornato a virare decisamente verso il basso. Nell’odierna giornata UBI Banca ha fatto segnare -7,13%,  Unicredit ha perso il 5,66%, Banca Pop Emilia il 5,44%, Banca Pop Milano il 5,28%, MPS il 5,18%, Intesa il 4,64%. La nomina di Enrico Bondi  a commissario straordinario alla spending rewiev è passata totalmente inosservata mentre lo spread ha ripreso a correre attestandosi a quota 3,94%. La fiducia nel nostro paese e negli altri PIIGS tarda a manifestarsi e gli investitori preferiscono prendere posizione sui Bund. La BCE dal canto suo, temporeggia, in attesa che la politica faccia le proprie mosse. Il sistema bancario nazionale, pur pungolato, non sembra rispondere adeguatamente agli stimoli. Se in seguito al LTRO è stato evitato un Credit Crunch deflagrante, non è detto, che stante la lentezza della politica a cogliere la palla al balzo, questo rischio non si ripresenti in futuro. Le banche italiane d’altronde hanno aumentato la loro esposizione sui titoli di stato nazionali, contribuendo a stringere la cinghia attorno al credito, finendo a livello sistematico per seminare i primi protomi di  un processo di de-europeizzazione. In tutto ciò  l’economia reale ci ricorda che i consumi sono fermi, la disoccupazione sale ed il tema dominante (ben lungi dall’essere la crescita) sono i tagli. L’Europa si sta lentamente dissolvendo e l’elezioni politiche francesi rappresenteranno un crocevia importante per scrutare il futuro dell’Europa e della sua autonomia, al momento alla mercé degli umori dei mercati.

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